Vita, Carriera, Opere e mostre di Mario Bertozzi
Mario Bertozzi è stato uno dei protagonisti più originali e intensi dell’arte plastica del secondo Novecento in Romagna. Nato a Forlimpopoli il 21 febbraio 1927, la sua vita e la sua opera si sono intrecciate indissolubilmente con il paesaggio umano e simbolico della sua terra. Nonostante non abbia mai rincorso le luci dell’avanguardia, il suo linguaggio ha saputo farsi universale, partendo da radici profondamente locali.
Una vocazione precoce e formativa Fin da giovanissimo, Bertozzi mostrò un talento naturale per la modellazione. Fu Giuseppe Casalini, celebre scultore forlivese, a intuire le sue doti e a prenderlo sotto la sua ala. Fu grazie a questo incontro che Mario, adolescente, entrò nel mondo dell’arte come apprendista, imparando il mestiere con disciplina e passione. Studiò poi a Bologna, dove ebbe modo di formarsi al Liceo Artistico e successivamente all’Accademia, sotto la guida di maestri come Cleto Tomba e Luciano Minguzzi, assorbendo la lezione plastica della scultura italiana tra tradizione e modernità.
L’arte pubblica come gesto civile La sua prima grande opera pubblica, realizzata a soli 19 anni, fu il Monumento alla Libertà per i caduti della Resistenza, posto nella torre dell’acquedotto di Forlimpopoli nel 1946. Un’opera che, al di là della giovane età dell’autore, già rivela una forte coscienza etica e un senso monumentale della forma. Da allora, Bertozzi ha continuato a dialogare con gli spazi pubblici: sue sono numerose sculture collocate in parchi, piazze e istituzioni della Romagna, tra cui spiccano "Il Vignaiolo" di Bertinoro, "Il Contadino" e il celebre "Pellegrino Artusi", eretto nella sua città natale nel 2008. Temi, simboli e metamorfosi Bertozzi ha costruito un universo simbolico tutto suo, popolato da figure archetipiche: tori, conchiglie, nudi femminili e soprattutto il gallotauro, una creatura mitologica da lui inventata, che unisce la fierezza del gallo alla potenza primordiale del toro.
Questo simbolo, al tempo stesso ironico e totemico, è diventato il suo emblema: una fusione tra spirito e carne, tra slancio e radicamento. I suoi nudi femminili, sensuali e mai volgari, sono invece un inno alla bellezza naturale, al mistero del corpo e alla maternità. Le sue opere non cercano l’effetto, ma scavano nel gesto plastico per restituire emozione, forza e autenticità. L’atelier come casa dell’anima Per tutta la vita, Bertozzi ha lavorato nella sua casa di via Massi a Forlimpopoli, trasformata nel tempo in uno straordinario studio-museo. In quelle stanze ha plasmato centinaia di opere in creta, bronzo e cemento, lasciando anche una vasta produzione grafica e pittorica.
Dopo il 2000, ha sperimentato con la calcografia, la china e l’acquarello, affiancando alla materia tridimensionale una vena più lirica e illustrativa. Ha illustrato anche testi poetici ed erotici, tra cui spicca il progetto “La mente dell’uomo”, e nel 2018 ha pubblicato il curioso e affettuoso volume “E se Pinocchio fosse nato a Forlimpopoli?”, in cui reinterpreta il celebre burattino in chiave romagnola, con disegni ironici e ricchi di simboli. L’eredità e la memoria Mario Bertozzi si è spento il 28 novembre 2020 all’età di 93 anni, lasciando un patrimonio artistico immenso. Il suo studio è oggi visitabile come Casa-Studio, custode della sua opera e della sua visione. Nel cortile è stato realizzato un murale dedicato ai suoi soggetti più ricorrenti, che vigila simbolicamente sulla sua memoria. Più che un artista accademico, Bertozzi è stato un artigiano dell’anima, capace di restituire dignità ai simboli della terra e del corpo umano. La sua arte non urlava, ma parlava con forza quieta: con il bronzo, con la creta, con il segno grafico. Oggi, chi osserva un suo gallotauro o accarezza la superficie materica di una sua scultura, riconosce l’eco di una voce che ha saputo dire tanto, restando fedele a sé stessa.
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